Marmi ed altri Materiali

Le sculture e i busti in marmo più famosi al mondo

Sculture e Busti in marmo

Il marmo è stato sempre utilizzato per le opere d’arte come sculture e busti, oggi parleremo di quelle più famose al mondo.

Il Cristo velato

L’opera, realizzata nel 1753, è considerata uno dei maggiori capolavori scultorei mondiali, ed ebbe tra i suoi estimatori Antonio Canova che, avendo tentato – senza successo – di acquistare l’opera, dichiarò che sarebbe stato disposto a dare dieci anni della propria vita pur di essere l’autore di un simile capolavoro.
Il Cristo velato è un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra, come si può constatare da un’osservazione scrupolosa e come attestano vari documenti coevi alla realizzazione della statua.
ll fatto che l’opera sia stata realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore.
L’opera, realizzata da Giuseppe Sanmartino, è conservata all’interno della Cappella Sansevero, situata nel cuore del centro storico della città partenopea, alle spalle di piazza San Domenico Maggiore e nei pressi di San Gregorio Armeno.

La Pietà di Michelangelo

La Pietà vaticana è una scultura marmorea (altezza 174 cm, larghezza 195 cm, profondità 69 cm) di Michelangelo Buonarroti, databile al 1497-1499 e conservata nella basilica di San Pietro nella Città del Vaticano, a Roma. Si tratta del primo capolavoro dell’allora poco più che ventenne Michelangelo, considerata una delle maggiori opere d’arte che l’Occidente abbia mai prodotto. È anche l’unica opera da lui firmata, sulla fascia a tracolla che regge il manto della Vergine: MICHEL.A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS] FACIEBAT (“Lo fece il fiorentino Michelangelo Buonarroti”).

Michelangelo rinnovò completamente lo schema tradizionale dell’opera, scolpendo le due figure in modo estremamente realistico: la Vergine è seduta su una piccola roccia, che simboleggia il monte Calvario, sul quale Cristo venne crocifisso; lo stesso Gesù, invece di essere realizzato in modo completamente rigido ed in posizione orizzontale, qui Michelangelo lo immagina accasciato sul corpo della propria madre, con il suo corpo privo di vita.

Tra gli eccezionali dettagli di questa pietà del Michelangelo sono da tenere ben presenti: la mano sinistra della Vergine, rivolta verso l’alto come in una dolorosa rassegnazione (ed intensificata anche dal suo sguardo abbassato); Maria, inoltre, viene raffigurata come una fanciulla, dando la sensazione che Michelangelo volesse alludere alla bellezza spirituale della Vergine, o, secondo altre teorie, la scultura potrebbe essere una semplice rappresentazione di una visione di Maria riguardante il nefasto destino di Gesù neonato che dorme protetto tra le sue braccia.

L’impostazione dell’opera è piramidale ed è anche una tipica caratteristica della pittura del Cinquecento; questa composizione geometrica è incentivata anche dal panneggio della veste di Maria, che permette di ammirare un eccezionale effetto di chiaroscuro.
Dove si trova la Pietà di Michelangelo esattamente all’interno della Basilica di San Pietro?
È molto semplice trovarla: è collocata, infatti, nella prima cappella a destra della navata. Venne spostata lì, però, solo due secoli e mezzo dopo la sua creazione. Al principio, come già detto, fu ospitata all’interno della Cappella o Rotonda di Santa Petronilla, la chiesa francese adiacente al transetto della vecchia Basilica di San Pietro. Passò poi, a quanto dice il Vasari nella biografia di Michelangelo, alla Chiesa di Santa Maria della Febbre, sempre in San Pietro. Raggiunse infine la collocazione attuale a metà del XVIII secolo.

Amore e Psiche

Lo scultore che ha realizzato questo capolavoro è Antonio Canova, uno scultore neoclassico vissuto tra il ‘700 e l’800. Le statue di Canova hanno riportato i suoi contemporanei agli splendori delle antiche statue romane e greche, e proprio per questo, lo scultore è stato soprannominato “il nuovo Fidia. Parliamo di Amore e Psiche.
Psiche e Amore sono i protagonisti di una storia raccontata nell’Asino d’oro di Apuleio, un autore latino del II secolo d.C.
L’autore narra che Psiche era considerata una delle ragazze più belle del mondo, e Venere, la dea dell’amore, non poteva accettare che una mortale potesse competere con il suo fascino.
La dea, così, inviò suo figlio Amore con un piano per farla sparire; quando il figlio di Venere vede Psiche, però, si innamorò perdutamente della ragazza, e così, invece che seguire il piano della madre, decise di portarla segretamente nel suo palazzo.
Per evitare di essere scoperti, Amore strinse un patto con Psiche, dicendole che, quando si incontravano, non avrebbe mai dovuto guardarlo.
Dopo alcuni incontri, però, Psiche era sempre più tormentata dalla curiosità di sapere chi fosse il suo amante, e, istigata anche dalle sue gelose sorelle, nell’appuntamento successivo, la ragazza aprì gli occhi e guardò Amore.
Il figlio di Venere si sentì tradito e volò via, abbandonando la ragazza. Psiche, innamorata del dio, era disposta a tutto per vederlo tornare e così si piegò a delle tremende prove ideate da Venere.
Se Psiche avesse superato i test di Venere, avrebbe ottenuto l’immortalità ed avrebbe potuto ritornare al fianco del suo amato. Con grande tenacia, la ragazza riuscì a superare tutte le prove, arrivando addirittura negli Inferi per prendere un po’ della bellezza di Proserpina.
Quest’ultima prova si rivelò un inganno e Psiche cadde in un grande sonno, e quando Amore venne a sapere degli sforzi effettuati dalla sua amata, si recò immediatamente da lei e la risvegliò con un bacio. Sono molti i momenti con cui una statua di Canova avrebbe potuto rappresentare al meglio, ma lo scultore ha scelto, tra le varie immagini di Amore e Psiche, proprio quella del bacio che sancisce la loro unione, e segnando il lieto fine per loro.
Amore e Psiche dove si trova? Chi ha incaricato Canova di realizzare quest’opera?
Era il 1788, e fu il colonnello John Campbell a richiedere esplicitamente una scultura raffigurante gli amanti di cui parla Apuleio.
Lo scultore si mise immediatamente all’opera per realizzare una delle più grandi immagini di amore e passione, e così cominciò a studiare anche i precedenti lavori con protagonisti i due amanti.

David di Michelangelo

l David è una celebre scultura, realizzata in marmo (altezza 517 cm incluso il basamento di 107 cm) da Michelangelo Buonarroti, databile tra il 1501 e l’inizio del 1504 e conservato nella Galleria dell’Accademia a Firenze. Largamente considerato un capolavoro della scultura mondiale, è uno degli emblemi del Rinascimento, nonché simbolo di Firenze e dell’Italia all’estero. Il problema principale era la fragilità del marmo, dovuta alla sua scarsa qualità, alla presenza di numerose fenditure e fori, detti taroli, e alla tendenza intrinseca di quella qualità alla cottura, ovvero sia alla perdita di coesione dei cristalli. Si riteneva che la forma del blocco fosse un altro ostacolo: troppo alta e stretta, insufficiente per un pieno sviluppo anatomico della figura. Il blocco era friabile specialmente nella zona sotto l’attuale braccio sinistro e si temeva che una volta scolpito non fosse in grado di reggere il peso della figura sulle sole gambe.

Nonostante le fonti tacciano al riguardo, è lecito pensare che il blocco dovesse presentare già alcune forme antropomorfe, per quanto parziali, tanto che i fiorentini erano soliti già chiamarlo “il Gigante”. Il David ritrae l’eroe biblico nel momento in cui si appresta ad affrontare Golia; originariamente la statua fu collocata in piazza della Signoria come simbolo della Repubblica fiorentina, vigile e vittoriosa contro i nemici Il David è da sempre considerato l’ideale perfetto di bellezza maschile nell’arte, così come la Venere del Botticelli è considerata il canone di bellezza femminile. Artisti ed esperti d’arte ritengono che il David sia l’oggetto artistico più bello mai creato dall’uomo.

La Venere di Milo

L’Afrodite di Milo, meglio conosciuta come Venere di Milo, è una delle più celebri statue greche. Si tratta di una scultura di marmo pario alta 202 centimetri priva delle braccia e del basamento originale ed è conservata al Museo del Louvre di Parigi. Sulla base di un’iscrizione riportata sul basamento andato perduto si ritiene che si tratti di un’opera di Alessandro di Antiochia anche se in passato alcuni la attribuirono erroneamente a Prassitele.

La Venere di Milo fu scoperta casualmente coltivando un campo nel febbraio e aprile 1820, probabilmente in due tempi; essa è infatti lavorata in due parti, quella nuda e quella panneggiata. L’agente consolare francese Brest riuscì ad acquistarla (dopo averne chiesta l’autorizzazione con lettera del 12 aprile) per conto del marchese de Rivière ambasciatore a Costantinopoli, che intendeva donarla al re di Francia Luigi XVIII. Ma quando il segretario d’ambasciata visconte Marcellus si presentò per ritirarla, trovò che i maggiorenti dell’isola l’avevano consegnata a un monaco armeno che voleva farne dono a un principe greco. Ma, non avendo il monaco dato altro che un acconto, il Marcellus, avendo aggiunto qualche cosa sul prezzo (che salì in tal modo dai 1200 ai 1500 franchi) dopo due giorni di discussioni e un pagamento in contanti, riuscì ad imbarcare la statua sulla sua nave da guerra. Da questo contrasto nacque poi la leggenda di una vera e propria rissa sulla spiaggia di Milo, nel corso della quale la statua avrebbe perduto le braccia, mancanti, resa più drammatica dalla vista di un bastimento inglese che puntava sulla rada e al cui comandante si supponeva l’intenzione di entrare in gara per il possesso della statua. In realtà non vi fu conflitto ma solo la minaccia di far entrare in azione i 50 uomini che il Marcellus aveva ai suoi comandi sulla nave.

La statua, dunque fu trovata senza braccia. Sei mesi più tardi apposite ricerche reperirono due braccia, ma si vide che erano in marmo diverso e che non erano pertinenti. Insieme alla statua (in tre pezzi: busto, parte panneggiata, parte superiore dei capelli) entrarono al Museo del Louvre un avambraccio reso informe dalla cattiva conservazione, la metà di una mano che tiene una mela e tre erme (di Eracle, di Hermes e di Dioniso). Ciò è attestato dal rapporto presentato il 2 dicembre 1822 dal direttore dei musei di Francia conte Forbin all’Académie des Inscriptions.

Dell’arrivo della statua a Parigi dà notizia il Moniteur, giornale ufficiale, del 7 marzo 1821 dopo che il re aveva accettato il dono e aveva destinato la statua al Louvre. Erano passati più di tre mesi dall’arrivo della nave recante la statua nel porto di Tolone ma la burocrazia della Real Casa era stata lenta ad autorizzare la direzione dei musei ad assumere la spesa per l’imballaggio (diretto dal pittore Révoil di Aix) e il trasporto. Nel carteggio relativo la statua risulta valutata 100.000 scudi. Giunta al Louvre, si aprì una accanita discussione sul come restaurarla. Il Fauvel, che risiedeva ad Atene e veniva considerato “il Nestore degli studiosi di antichità dell’oriente”, al quale la statua era stata mostrata al Pireo al lume di luna, scriveva a questo proposito (lettera del 18 settembre 1822): … essa non teneva in mano il pomo; senza dubbio essa l’aveva gettato a sua volta nell’arena archeologica per riattizzarvi la discordia”.
La disputa sul restauro fu felicemente risolta al difuori della consorteria degli archeologi attribuendo al sovrano (che per certi intralci sembra non avesse affatto vista la statua se non riprodotta in un disegno) la decisione di non restaurarla affatto. Saggia decisione che in realtà risaliva al Quatremère de Quincy, segretario perpetuo dell’Accademia di Belle Arti. Il 24 maggio 1821 la V. fu esposta al pubblico in una sala del Louvre. Ma le discussioni sul restauro e sulla sua collocazione in museo continuarono fino al 1833 (Revue contemporaine, i, 1852, pp. 130-132).